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Discorso del Sindaco in occasione della commemorazione del IV Novembre
DISCORSO DEL SINDACO in occasione della ricorrenza del IV Novembre e della benedizione del Cippo “Ai Caduti di Nassiriya”
Indirizzo un cordiale saluto a tutti i presenti ed in particolare alle Autorità che sono qui intervenute: ai signori Consiglieri e Assessori Comunali,
ai rappresentanti delle Amministrazioni comunali oggi intervenute di Nuvolera, Mazzano, Serle e Paitone, al Comandante della Stazione dei Carabinieri di Nuvolento Maresciallo Capo Nicolais Napolitano, al Comandante della Polizia intercomunale di Nuvolento-Nuvolera-Mazzano dott. Stefano Canuto e alla Vice Comandante Raffini.
Un deferente saluto a tutte le Associazioni d’Arma ed in particolare alla benemerita Associazione Nazionale Alpini ed ai componenti dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, alle Associazioni dei Mutilati ed Invalidi civili e di guerra, ai membri dell’Associazione Nazionale Carabinieri.
Un cordiale e fraterno benvenuto anche ai membri del Sovrano Militare Ordine di Malta; saluto in particolare, oltre al Consigliere della Delegazione di Milano, avv. Marino Colosio, sua eccellenza l’Ambasciatore del Sovrano Militare Ordine di Malta presso la Repubblica Araba di Egitto dott. Mario Carotenuto.
Un saluto a tutti i membri della Protezione Civile Comunale, ai rappresentanti di tutte le Associazioni di volontariato e sportive qui intervenute. Ringrazio per la partecipazione gli insegnanti e gli alunni dell’Istituto Comprensivo statale di Nuvolento.
Un sentito, filiale ringraziamento e saluto a Sua Eccellenza Mons. Bruno Foresti, che onora il nostro paese con la sua presenza, oltre che al nostro reverendo Parroco don Severino Maffezzoni e al nostro curato don Michele Tomasoni.
Ringrazio e saluto tutti i cittadini e le famiglie presenti.
Prima di rivolgervi un breve pensiero, do lettura di parte del messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del Giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate di quest’anno.
Oggi, 4 Novembre, celebriamo il Giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, in questo 2019, anno centenario del decreto che volle una festività dedicata alla appena conquistata unità della Patria.
Settanta anni fa la Repubblica riconobbe, con legge del Parlamento, il 4 Novembre come Giornata dell’Unità Nazionale.
Una data in cui si riassumono i valori di una identità nazionale lungamente perseguita dai popoli d’Italia con le aspirazioni risorgimentali e con i grandi sacrifici compiuti dal popolo italiano nella prima guerra mondiale.
In un mondo attraversato da molteplici tensioni e scosso da diffusa conflittualità, lo Stato italiano oggi schiera oltre 6000 persone in 22 Paesi, a salvaguardia dei più deboli ed oppressi. A tutte loro va un particolare pensiero.
Si tratta di un impegno gravoso che risponde alle responsabilità assunte dalla Repubblica a tutela della pace nel contesto internazionale, in particolare dell’alleanza alla quale abbiamo liberamente scelto di contribuire, il Trattato dell’Atlantico del Nord, e nell’Unione Europea.
Un ruolo riconosciuto ed apprezzato, ad iniziare dai Paesi amici ai quali forniamo supporto nell’affermazione della loro indipendenza, nel consolidamento di relazioni internazionali rispettose della legalità e dei diritti di ciascuno.
In questo giorno in cui celebriamo l’Unità Nazionale e festeggiamo le Forze Armate, desidero trasmettere il più vivo apprezzamento del Paese per la professionalità e le qualità umane espresse dai militari e dai dipendenti civili della difesa nella loro attività. Ad essi e alle loro famiglie rivolgo l’augurio più cordiale.
Viva le Forze Armate, viva la Repubblica»
Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, 4 novembre 2019.
Vorrei sviluppare il mio breve intervento solamente su tre punti. Che sono poi tre domande, che rivolgo a ciascuno di voi. Ovvero: perchè festeggiamo, cosa festeggiamo e cosa dobbiamo fare, se dobbiamo fare qualcosa.
Ma andiamo con ordine.
Il 4 novembre si commemora la fine della Prima Guerra Mondiale, che è la “Grande Guerra”, poiché fu grande sotto ogni punto di visita: per l’estensione temporale, per quella geografica, soprattutto per il numero delle persone coinvolte: non solo i milioni di morti al fronte, ma l’incalcolabile numero di famiglie, madri, mogli, figli che, più o meno direttamente, preso parte all’evento bellico: chi perdendo i propri cari, chi morendo con essi, chi sconvolgendo i propri progetti di vita, poiché la vita è una sola e un conflitto bellico di quelle dimensioni non poteva non intaccare e modificare per sempre i progetti di vita, le aspettative e i sogni di quella generazione.
Si trattò, in sostanza, di una ecatombe, un disastro senza precedenti, di una carneficina o, meglio ancora come ebbe a definirla Papa Benedetto XV, “una inutile strage”.
Per esattezza, nella sua “Lettera ai Capi dei Popoli belligeranti” del 1° agosto 1917, Papa Benedetto XV così concludeva il suo intervento: “Lo spirito di equità e di giustizia dovrà dirigere l'esame di tutte le altre questioni territoriali e politiche; sono queste le precipue basi sulle quali crediamo debba posare il futuro assetto dei popoli. (..) Siamo animati dalla cara e soave speranza di vederle accettate e di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage”.
Come dare torto a questo Pontefice.
La strage ci fu, e con conseguenze drammatiche e incalcolabili.
Viene quindi da chiedersi, come spesso ci capita anche dinnanzi alle tragedie personali, quelle investono la nostra vita, quella delle nostre famiglie e delle nostre comunità: “perchè”? Perché tali tremendi eventi arrivano ad avere epiloghi talmente brutali, dove il sangue, la morte, il dolore sembrano prendere il sopravvento su tutto e su tutti?
Ognuno deve avere il coraggio di cercare una risposta, la quale potrebbe anche non essere univoca, ma tutti abbiamo il dovere di constatare, perché questo ci richiede la storia e la verità, che la condizione umana è quella che è: siamo uomini e donne che possono avere le intuizioni più grandi e favolose per il bene e il progresso umano, ma possiamo abbassarci più al di sotto delle bestie, se perdiamo il lume della ragione ed essere così capaci dei più grandi eccidi, dei più barbari crimini, dei più brutali omicidi.
Domandiamoci dunque spesso il “perché” di questi eventi, per fare in modo che non si ripetano.
Al male vi è una risposta, ma quello che l’autorità civile deve indicare ai propri cittadini è, soprattutto, questo: non bisogna dare mai nulla per scontato, ma ricordare continuamente che il bene, la pace e la tranquillità dell’ordine non sono beni acquisiti per sempre, ma sempre devono essere ricercati con determinazione e costanza.
Vengo alla seconda domanda che vi pongo: cosa, dunque, festeggiamo? Si festeggia forse la fine di un incubo, durato in Italia tre anni? Certamente originariamente la festa proprio questo celebrava: la vittoria, il ritorno alla normalità, l’accorgersi di essere ancora uomini e donne che alla fine, desiderano vivere in pace, poter formare una famiglia, lavorare.
Oggi per molti di noi, me compreso, la guerra non è nemmeno un ricordo personale: a quelli della mia generazione l’hanno raccontata i nonni, quando ci parlavano della seconda guerra mondiale.
Per chi è più giovane di noi, il ricordo sfuma ulteriormente, le possibilità di incontrare personalmente ancora qualcuno in vita che ha vissuto, almeno parallelamente, le vicende di chi era al fronte, si fa sempre più rara.
Dunque, nuvolentesi, cosa festeggiamo? Perché cerchiamo di solennizzare queste ricorrenze? Lo facciamo non certo per esaltare guerre e distruzioni, tutt’altro.
Lo facciamo, da un lato, perché è doveroso tramandare, nel tempo, il ricordo di tutti quei nostri padri che hanno dato la vita per la nostra Patria; secondariamente, non perché sia meno importante, perché celebriamo la vita! Mi spiego meglio: siamo abituati a dare troppo per scontato tutto quello che abbiamo. Non abbiamo mai vissuto in prima persona guerre e carestie, e ci illudiamo di credere che non esistano, semplicemente perché non ci riguardano. Ma la verità è ben altra!
Diamo per scontato di vivere in un paese in pace, diamo per scontato che dai nostri rubinetti scenda l’acqua potabile e che le nostre case, ora che arriva l’inverno, pian piano si scaldino. Oh, ben inteso: non intendo dire che ciò non sia, in qualche modo, qualcosa di dovuto. Ma il cammino per affermare un gruzzolo di diritti fondamentali e inviolabili è stato lungo e impegnativo. Intendo dire che la tranquillità dell’ordine costituito, nel modo in cui lo conosciamo, non deve essere mai dato per scontato, perché non è cosi.
Ed è evidente come in altre parti del mondo, l’avere acqua potabile, piuttosto che andare a scuola trovando una scuola e degli insegnanti, non solo non è possibile ma, addirittura, è visto come un sogno, forse irrealizzabile.
Quindi è davvero giusto festeggiare, con la dovuta pompa, con la musica e con tanta partecipazione, queste ricorrenze, perché abbiamo più di un motivo per rallegrarci e festeggiare: perché davvero dobbiamo essere grati e riconoscenti a chi, anni fa, ci ha consentito, con il proprio sacrificio, di poter godere di tanti beni della vita, soprattutto di poter effettivamente fruire di quei diritti che, ripeto, diamo troppo spesso per scontati: il diritto a vivere nell’ordine, alla sicurezza, al lavoro, alla famiglia, all’istruzione e educazione, alla salute.
Come custodi, quindi, dobbiamo ricevere questi beni, che giustamente vengono detti “costituzionali”, in quanto fondanti il nostro stesso vivere civile, e oltre che custodirli e tramandarli, svilupparli ulteriormente perché siano sempre più realtà concrete e non principi.
Infine, oltre a domandarci “perchè” e “cosa” festeggiamo, impariamo a domandarci seriamente “se abbiamo qualcosa anche noi da fare”.
Ebbene, io credo di si.
Se, da una parte, siamo troppo abituati a dare tante cose per scontate, dall’altra parte siamo convinti che tutto ci sia, in qualche modo, dovuto.
Siamo molto convinti del fatto che “altri” debbano “attivarsi” per noi. Ma non solo: spesso fraintendiamo l’essere a disposizione o anche al servizio, con l’idea di avere a che fare con qualcuno obbligato a servirci.
Questi atteggiamenti sono, purtroppo, molto frequenti anche nelle nostre comunità. Ormai, non fa più meraviglia, ad esempio, che i medici del pronto soccorso subiscano aggressioni o violenze; oppure che gli operatori dei servizi sociali vengano aggrediti: e intendo aggressioni fisiche perché, purtroppo, quelle verbali sono all’ordine del giorno.
Eppure dovremmo non solo meravigliarci di questi atteggiamenti, ma condannarli fermamente.
Comunità in cui, magari, si fa parte di tante associazioni benefiche, di mutuo soccorso, e poi si fa fatica a salutare qualcheduno, perché non è del mio gruppo, perché “è in comune” oppure “è in politica”. Siamo così presi da noi stessi, dalle nostre idee, che magari possono anche essere le più belle e le più giuste del mondo, che non ci accorgiamo che non siamo più in grado di vivere in comunità.
A volte mi capita di dire ai miei collaboratori: se proprio non riusciamo ad amarci, almeno sopportiamoci. Facciamolo per il bene soprattutto nostro, e per il bene della comunità.
Non ha senso arroccarsi su posizioni ideologiche o, molto più banalmente, personali e unicamente impastate di pregiudizi; eppure ciò è quello che succede, non dico frequentemente, ma quasi giornalmente.
Così non si è più in grado di parlare e comunicare: dinanzi ad una scelta amministrativa, ad esempio, è molto facile attaccare e giudicare chi, tali scelte, per dovere le ha dovute prendere; ma non vi è la stessa passione né lo stesso entusiasmo di voler approfondire il contenuto delle scelte, il merito. Confrontarsi, informarsi, studiare e fare le opportune verifiche richiede molto tempo e, soprattutto, la volontà di volerlo fare. Richiede fatica!
E invece capita, addirittura, di dover assistere a scene in cui, per non avere avuto un posto ad uno spettacolo, ci si è messi a maledire e imprecare contro ipotetiche macchinazioni di malvagi amministratori che hanno orchestrato un complotto per escludere dall’evento alcuni cittadini; non siamo mai noi che arriviamo in ritardo, sono gli altri che devono garantire che gli spettacoli attendano gli spettatori.
Non mettiamo mai in discussione noi stessi, ma pretendiamo che chi ha incarichi e responsabilità sia sempre disponibile, attento, preparato, pronto a dare la soluzione, possibilmente a costo zero. Cosa dobbiamo fare?
Cerimonie come quelle odierne, devono insegnarci a metterci in prima fila, non nel senso di far vedere, magari credendolo davvero, di essere i più belli e i più bravi. In “prima fila” in senso di disponibilità a sporcarsi le mani in prima persona.
Un altro esempio. Ci lamentiamo spesso dell’abbandono dei rifiuti sul territorio. La colpa non è dell’amministrazione che non mette una telecamera ogni cinque metri, o addirittura per aver potenziato la raccolta porta a porta: la colpa è di chi sporca, sapendo di sporcare e volendolo fare in modo pienamente cosciente. La risposta non è solo quella di tempestare di email, spesso infarciti di improperi, l’amministrazione. La risposta è che ognuno di noi, in prima persona, deve non solo tenere pulito e pulire, ma avere il coraggio di denunciare e segnalare.
I morti per la pace, l’ordine e la tranquillità sociale questo ci insegnano: non dobbiamo stare seduti ad attendere che altri risolvano i problemi della collettività: siamo parte anche noi della collettività e dobbiamo fare ciascuno, secondo le proprie reali capacità e possibilità, la propria parte.
I nostri tempi, così segnati da un edonismo sempre più diffuso, da un soggettivismo estenuante ed esasperante, esigono che ci si alzi, ci si muova, ci si metta la faccia e si lavori in prima persona.
Non condividi una scelta, un programma, una determinata attività? Parlane, condividi la tua idea, e fa’ qualcosa. Portare rancore, togliere il saluto, nascondersi nei comodi nidi dei nostri gruppetti può forse dare sollievo psicologico, ma non risolve il problema, lo aggrava.
Cosa dobbiamo fare, quindi? Facciamo quel poco che ciascuno di noi può fare secondo le necessità. È tempo di finirla di pensare che l’amministrazione e, più in generale, la politica rappresenti una posizione di potere o di privilegio. Tale concezione ha passato il suo tempo e si è verificata del tutto fallimentare.
Bisogna entrare nella dimensione del servizio: ma per poter entrare in questa dimensione, ossia quella per cui ci si mette a disposizione degli altri, della collettività e non usare la comunità al nostro servizio, occorre fare un passo avanti piuttosto impegnativo, perché richiede di mettere le nostre idee, le nostre supposizioni, le nostre soluzioni in confronto con quelle degli altri ed essere aperti all’eventualità che queste nostre posizioni potrebbero essere messe in discussione.
Si tratta, insomma, di un percorso di maturità umana che è sempre più difficile intraprendere perché viviamo in un contesto che, come dicevo all’inizio, ci porta a piegarci sempre più su noi stessi, sui nostri desideri, sulle nostre priorità che non quelle degli altri, della comunità, del paese.
Eppure il compito delle istituzioni, che sono poi enti formati da uomini e donne come tutti noi, è quello di dover dire cose anche scomode, per non tradire, appunto, i grandi ideali e valori su cui si fonda la nostra convivenza civile e che i caduti che commemoriamo ci hanno trasmesso.
Decidiamoci, dunque, oggi per l’impegno personale nella nostra comunità, con la ferma intenzione di mettere da parte i sentimenti di odio, incomprensione, rancore che rendono impossibile il confronto e il dialogo, per cercare il vero bene comune.
Perché, alla fine, per quanto possiamo sentirci quasi eterni, dovremo lasciare ad altri il nostro bagaglio: facciamo modo allora di costruire insieme qualcosa per cui, anche se non verremo ricordati pubblicamente come questi nostri caduti che hanno versato il sangue per la Patria, almeno i nostri figli possano dire che abbiamo cercato di costruire realmente la pace tra noi, mettendo da parte fazioni e divisioni, dandoci da fare perché tutto quello che abbiamo ricevuto non fosse disperso ma, rinnovato, trasmesso alle nuove generazioni.
Giovanni Santini, Sindaco di Nuvolento